Prove di catastrofismo applicato

La drammatizzazione della bocciatura dell’articolo 1 del rendiconto generale dello stato è un atto strumentale alla campagna di pessimismo e declinismo  in atto, che si basa su una voluta confusione fra questo documento di portata minore e la legge di bilancio. Il rendiconto in questione per sua natura non è un documento significativo  per la gestione di bilancio, essendo una  semplice rilevazione contabile del consuntivo dell’esercizio con dati formali sul patrimonio pubblico, che riflettono vecchie valutazioni senza alcuna analisi di efficienza e di efficacia.
17 AGO 20
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La drammatizzazione della bocciatura dell’articolo 1 del rendiconto generale dello stato è un atto strumentale alla campagna di pessimismo e declinismo in atto, che si basa su una voluta confusione fra questo documento di portata minore e la legge di bilancio.
Il rendiconto in questione per sua natura non è un documento significativo per la gestione di bilancio, essendo una semplice rilevazione contabile del consuntivo dell’esercizio con dati formali sul patrimonio pubblico, che riflettono vecchie valutazioni senza alcuna analisi di efficienza e di efficacia. Questa non è prevista dalla Costituzione, che del rendiconto fa solo un breve cenno nel primo comma, mentre nei successivi tratta solo del bilancio preventivo, né dalle varie riforme che si sono succedute riguardanti la legge finanziaria.
Se nel 2010 ci sono stati scostamenti nei consuntivi rispetto alle previsioni, essi risultano comunque dalle stime del bilancio del 2011, alla base delle previsioni per il 2012-2014 che stanno per essere discusse, nella legge finanziaria annuale (ora denominata legge di stabilità). Ma anche ammesso che il rendiconto avesse il peso che ora gli viene attribuito, la bocciatura dell’articolo 1 non aveva alcun significato perché esso si limita a dire che il rendiconto per il 2010 è approvato nelle risultanze previste negli articoli seguenti.
In un Parlamento con un’opposizione classica, si sarebbe proceduto oltre per discutere e votare in tempi brevi i successivi articoli e l’allegato 1, procedendo a eventuali correzioni che, trattandosi di un rendiconto fornito dalla Ragioneria generale dello stato, sono altamente improbabili. E alla fine si sarebbe potuto votare l’articolo 1, seguendo la prassi che spesso fu adottata nella Prima Repubblica, di lasciare per ultimo l’articolo di approvazione generale. Ora, avendo montato un caso fittizio, si è ottenuto il risultato di lanciare ai mercati finanziari e ai risparmiatori, che non sono tenuti a distinguere il rendiconto dal bilancio preventivo, un altro segnale gratuito di pessimismo sulla capacità dell’Italia di governare i suoi conti pubblici, con un autolesionismo paradossale.
Piuttosto che puntare sulla presunta fragilità della maggioranza, le opposizioni potrebbero dedicare tempo e sforzi per condividere e rafforzare lo slancio riformatore dell’esecutivo.